ANTONIO COTUGNO

Le pagine di storia post risorgimentali sono state scritte anche da un fenomeno dalle antiche origini e geograficamente diffuso ma che la memoria collettiva attribuisce ad un periodo limitato e a luogo circoscritto della penisola italiana. È il Brigantaggio che imperversa nei territori del centro-sud dal 1861 al 1870 anno in cui lo Stato Italiano lo dichiara ufficialmente debellato con la rimozione delle zone militari qui istituite. Si tratta di azioni di guerriglia popolare messe in atto da gruppi di numerosi uomini e donne che immediatamente dopo l’Unità d’Italia proseguono la loro lotta, questa volta in maniera organizzata e politicamente mirata, contro ingiustizie e soprusi perpetuati dalle classi agiate e dominanti ai danni della povera gente. L’eterna contrapposizione tra le masse contadine e i pochi proprietari benestanti non si affievolisce nemmeno con il passaggio al nuovo governo dal quale ci si aspetta la risoluzione delle problematiche che impediscono il miglioramento delle condizioni economiche e sociali della popolazione. Accesso ai terreni da coltivare e al credito, tasse più sopportabili, la gente del Mezzogiorno continua a scontare il peso di diritti mancati che ora vengono rivendicati con forza. I briganti si fanno portavoce di tale scontento e di proclami per il ritorno dello spodestato governo borbonico il quale, a loro dire, stavolta non avrebbe deluso. Si costituiscono in bande armate composte da ex gendarmi dell’esercito napoletano, contadini, pastori, renitenti alla leva che cercano l’appoggio della popolazione mentre il governo organizza la dura repressione inviando migliaia di soldati ed emanando leggi speciali. Eppure c’è chi in Parlamento vuole vederci chiaro e spinge affinché venga creata un’apposita commissione d’inchiesta che analizzi il fenomeno. La commissione istituita nel dicembre del 1862, dopo quattro mesi di lavoro stila il suo rapporto dal quale emerge il serio quadro di indigenza in cui versano i territori annessi al Regno sabaudo. Qui mancano infrastrutture, assistenza sanitaria, scuole, i minimi mezzi di sussistenza. La ribellione in corso è l’esito di tale stato di cose. Appoggiati inizialmente dalla popolazione, favoriti dalla buona conoscenza del territorio in prevalenza montuoso e ricco di boschi che garantisce rapidità di spostamento e nascondigli sicuri, i briganti negli anni avvenire soccombono messi alle strette da un governo che trascura le conclusioni e le implicite soluzioni della commissione parlamentare. E virano invece verso atteggiamenti lesivi nei confronti della stessa popolazione che volevano difendere seminando terrore nei paesi e nelle campagne. Temuti ora dalla gente le bande o si consegnano o vengono sgominate dall’esercito. Fino alla loro definitiva capitolazione che avviene senza la risoluzione degli annosi problemi sociali del sud che anzi persistono nei decenni successivi non senza conseguenze.
In Basilicata fra i più noti capi briganti vi è Carmine Donatelli di Rionero detto “Crocco”. Abbiamo visto, però, che tante erano le bande sparse sul territorio. A Montemurro è Antonio Cotugno a guidarne una composta da otto uomini incluso il fratello Leonardo disertore dell’esercito borbonico. Figlio di Domenico e Aurelia San Martino di Montemurro nasce il 29 dicembre 1823. Di lui è documentato un episodio riferito agli ultimi mesi della sua latitanza. E’ la sera del 25 settembre 1869 ed un gruppo di montemurresi stanno tornando dalla fiera di Moliterno, paese non molto distante. Uno di loro, un galantuomo, si ferma a far abbeverare il cavallo ma la sosta si prolunga e lui perde di vista gli altri. Non si scoraggia, il suo paese non è distante, si intravede rischiarato dalla luna. Prova però a chiamare i compagni, è preferibile non restare soli in tempi poco sicuri. Ed ha ragione. Nell’oscurità incontra un uomo, è un brigante che gli intima di seguirlo senza il cavallo. Dopo aver percorso un tratto del sentiero giungono ad una piccola radura dove si ritrova al cospetto di tre uomini di cui uno gli è noto. È Antonio Cotugno, il pastore montemurrese che da otto anni è a capo di una banda che spadroneggia nella zona. Il malcapitato pensa subito al peggio ma è lo stesso brigante che lo rassicura affidandogli un messaggio da far recapitare al giudice Giuseppe Imperatrice che il galantuomo conosce bene. Il giudice è nato a Napoli ma la sua famiglia è originaria di Montemurro tanto che ogni estate si reca qui per trascorrere le ferie. In sostanza l’ex pastore chiede l’intermediazione di Imperatrice al fine di avviare una trattativa con il governo italiano rappresentato dal gen. Emilio Pallavicini, comandante delle truppe per la repressione del brigantaggio nelle province di Basilicata, Terra di Lavoro, Aquila, Molise, Benevento, Avellino, Salerno. La banda si sarebbe spontaneamente consegnata in cambio delle attenuanti concesse dalla legge e della liberazione di suo padre condannato al domicilio coatto nell’isola di Tremiti. Dopo aver appreso tali notizie dal galantuomo a cui il brigante ha ordinato il segreto il giudice, in servizio al Tribunale di Salerno, si mette all’opera, seriamente intenzionato a salvare loro la vita. Avvisa il Ministro di Grazia e Giustizia, il Ministro degli Interni che a sua volta mette al corrente della richiesta i Prefetti di Potenza e di Salerno e il generale Pallavicini. Quest’ultimo convoca il giudice a Caserta presso il Comando Generale per avere ulteriori ragguagli che ovviamente non può fornire in quanto la richiesta è stata riferita oralmente, ma lo convince circa la sincerità di quelle proposte. Il generale acconsente. Sulla cattura o presentazione della banda di Cotugno è stabilito un premio di 6.000 ducati notificato dal colonnello Noris di Potenza, cifra che in questo modo non sarebbe stata versata. Informato dal giudice il galantuomo di Montemurro si reca due volte nel luogo stabilito dal brigante per riferire che le sue richieste sono state accettate ma questi non si presenta. Riuscire a rintracciarlo è cosa difficilissima. Nessuno è al corrente della trattativa e l’esercito presidia il territorio. Intanto vengono catturati presso Sant’Arcangelo e Viggiano alcuni membri della banda incluso il fratello Leonardo. Due mesi dopo il padre giunge a Salerno dove incontra Imperatrice che gli finanzia il rientro in Basilicata intimandogli di cercare il figlio affinché si consegni subito con il resto dei suoi uomini. L’uomo arriva a Sarconi (paese vicino a Montemurro) la sera dell’11 novembre e si mette alla ricerca del figlio che sembra introvabile. Con l’aiuto di una guida perlustra il bosco di Sarconi, la macchia di Saponara di Grumento spingendosi finanche in prossimità della costa. Quando lo trova lo rassicura dell’interessamento del giudice. Il 6 dicembre 1869 Cotugno invia ad Imperatrice una lettera per chiedergli cosa deve fare ma alla fine è il brigante stesso a decidere il luogo dell’incontro, una gola della montagna di Maorno tra Moliterno e Montemurro, dove deve presentarsi senza le truppe. Dopo aver comunicato al generale Fontana tale disposizione Giuseppe Imperatrice insieme al maggiore Milanovich della Divisione di Salerno si reca nel luogo indicato noncurante dei pericoli a cui si sta esponendo e delle rigide temperature. Attende però invano alcune ore poi infreddolito trova rifugio a Moliterno. Trascorrono altri tre giorni e il padre di Cotugno si presenta dal giudice assicurandogli che la banda si sarebbe presentata due giorni dopo a Montemurro nel palazzo Imperatrice, cioè a casa del giudice che pazientemente accetta. Ma ancora una volta l’attesa è vana. Notizie successive riferiranno che i briganti erano giunti presso il cortile del palazzo ma qualcuno consigliò loro di andare via in quanto si trattava di una trappola e sarebbero stati fucilati. Il motivo di questa bugia non si sa, forse per timore di compromettenti rivelazioni. Il vero agguato si verifica dopo 15 giorni. Nella notte tra il 9 e 10 gennaio 1870 i briganti che si sono accampati in una campagna di contrada Valloni tra Viggiano e Montemurro, vengono catturati dalle truppe grazie alla complicità di persone che in questo modo intascano il lauto premio. Muoiono tutti.
La vicenda ebbe degli strascichi processuali con accuse di complicità e successivi proscioglimenti. Diversi documenti furono forniti al fine di fare piena luce su tutto ciò che riguardava la banda compresi i suoi rapporti con la gente del posto come del resto era prassi nell’ambiente brigantesco. È un doloroso capitolo di storia locale, un tassello nel complicato mosaico del brigantaggio oggetto da tempo di revisionismo da parte di storici che hanno “riavvolto il nastro degli eventi” alla ricerca delle oggettive responsabilità. Un lavoro di ricostruzione che se da un lato ammette l’innegabile vittoria dell’ordine costituito dall’altro non può non riconoscere che si trattò di una vittoria amara.